L’eremita

Vicenda assolutamente storica e documentata è quella legata ad Angelo Turrini da Frassinoro. Egli percorse per anni l’Appennino testimoniando la fede con preghiera ed umile lavoro. Nella seconda metà dell’800 si stabilì nell’abitazione annessa alla pieve, restaurò la chiesa, procurò un organo e tre campane, realizzò il pozzo sito nel declivio a nord. Viveva coltivando quello che ancora oggi è chiamato ‘campo dell’eremita’. Alla sua morte fu ricordato calorosamente con una lapide e una campana lui dedicata, distrutte entrambe insieme alla pieve nel 1945.

Pozzo dell'eremita, ricostruzione

Pozzo dell’eremita, ricostruzione

Pozzo dell'eremita, ricostruzione

Il mistero della Chiesa sul monte

L’inusuale località su cui sorge la Pieve, la struttura architettonica che ne attesta la costruzione in epoca romanica, non supportata da documenti che ne definiscano con precisione il periodo dell’edificazione, costituiscono un interessante enigma.

La scelta del luogo rivela un desiderio di isolamento e pace, ma il ritrovamento di una spada dell’età del bronzo porta all’elaborazione di nuove ipotesi su un luogo frequentato da millenni.

Ritrovamenti di armi sotterrate accomunano il Monte Santa Giulia al Cimone ed altre cime: non sono legate a sepolture e ciò potrebbe far supporre che questi fossero luoghi sacri per culti pagani precedenti l’avvento del cristianesimo. Come in altre circostanze la religione cristiana non avrebbe spostato i luoghi dei riti religiosi antecedenti. In ogni caso l’importanza dell’edificio si rivela nel fatto che fu pensato e realizzato, pur essendo in posizione isolata rispetto ai centri abitati, con forma basilicale a tre navate, tre altari e notevoli lavorazioni artistiche. Questa osservazione esclude che la pieve sia stata costruita da monaci orientali votati a preghiera ed eremitaggio. Più probabile che la costruzione avesse più funzioni compresa quella di difesa dai nemici all’epoca delle lotte longobardo-bizantine o all’epoca di Matilde di Canossa.

Non c’è possibilità di sapere se vi fossero costruzioni intorno alla pieve: solo verso sud pare riconoscibile un fosso scavato forse per scopi difensivi.

La pieve di S.Giulia

La pieve di S.Giulia

La pieve di S.Giulia

Le campane

L’ipotesi della funzione difensiva non ha riscontri oggettivi, ma resta il fatto che la pieve entrò fin dalla sua costruzione a fare parte dell’apparato di avvistamento e segnalazione costituito da suoni e fuochi che permetteva di avvertire la popolazione montana in caso di pericolo. Il monte domina tre valli e la pianura e le campane della chiesa risuonano per chilometri. In tutte le sue vicissitudini mai la chiesa rimase sprovvista di campane. Significativo l’episodio del 1646 legato alla celebre campana che reca la data 1606: “quando i papalini tentano di invadere la nostra montagna, le campane di Santa Giulia danno l’allarme alla podesteria di Montefiorino” e salvano dall’invasione.

Le feste del Maggio

Le tradizioni fondamentali del luogo sono legate alla festa in onore di Santa Giulia, celebrata in agosto. In tale occasione si teneva un’imponente processione, ma alla celebrazione religiosa si inserivano manifestazioni popolari riconducibili alla tradizione italiana delle “feste di maggio” tra lontani riti pagani e propiziatori dei raccolti.

In particolare ogni anno in una radura nei boschi circostanti il Monte Santa Giulia veniva rappresentato un ‘Maggio’, spettacolo popolare con storie rappresentate che riprendevano temi cavallereschi, scritte in versi ed interamente cantate su melodie definite, accompagnate in prevalenza da violino, chitarra e fisarmonica.

Gli spettacoli erano messi in scena in radure, aie, prati con scenografie simboliche costituite da frasche a rappresentare boschi, drappi azzurri per fiumi, tende per identificare castelli, città o qualsiasi altro luogo. Interessante il costume del maggierino generalmente composto da pantaloni, casacca e mantellina nera ricamate a mano con disegni a colori vivaci e completato da stivali, spalline militari, scudo, spada, elmo e pennacchio.

Questa forma di spettacolo, strettamente unita alla civiltà contadina dei borghi dell’Appennino Tosco-Emiliano, era diffusissima ad inizio secolo anche nella val Dragone. Oggi sopravvive solo in alcuni paesi dei comuni di Villa Minozzo (RE), Montefiorino e Frassinoro (MO) e della Toscana. In alcuni casi ha subito elaborazioni per adattarsi alle esigenze del pubblico che ancora assiste agli spettacoli proposti nel corso dell’estate dalle compagnie ancora attive.

Gruppo dei 'Maggerini' di Romanoro, 1929

Gruppo dei ‘Maggerini’ di Romanoro, 1929

Gruppo dei 'Maggerini' di Romanoro, 1929