L’8 settembre 1943. Dal tramonto del mito nazionale alla nascita della Patria

//L’8 settembre 1943. Dal tramonto del mito nazionale alla nascita della Patria

“Le grandi crisi aprono inaspettati spiragli sulla storia degli uomini e delle idee”, scriveva un giovane Norberto Bobbio, nell’immediato dopoguerra, riassumendo, in poche parole, una caratteristica essenziale della ricerca storica, che, soprattutto nelle epoche di trasformazione e transizione, trae stimolo e sprone dalle urgenze dell’oggi per interrogare più profondamente, e con esiti a volte inattesi, il passato. Le riprove di tale costante sono numerose. Non è casuale, ad esempio, che nell’ultimo quindicennio, con la montante sfiducia verso il sistema dei partiti, il crescente scollamento fra cittadini e istituzioni, la caduta della partecipazione politica e la delegittimazione dei meccanismi della rappresentanza, sia stato così diffuso l’interesse per l’otto settembre 1943 come data simbolo nella quale cercare le ragioni della lunga crisi della cosiddettÀPrima repubblicÀ. L’otto settembre, in effetti, non solo sancisce il tracollo delle strutture della monarchia sabauda e, con esse, degli apparati del regime fascista, ma compromise in forma durevole l’autorevolezza e la credibilità delle istituzioni dello stato italiano, tanto da richiedere, dopo il ’45, una funzione di supplenza da parte dei partiti politici, chiamati a fondare e consolidare lealtà e appartenenze dei cittadini. E l’otto settembre segnò di certo anche il tramonto del mito nazionale, delegittimato dall’interpretazione imperialista e revanscista che di esso avevano dato le classi dirigenti fasciste. Ma proprio quando muore lo stato dei nazionalisti, può nascere la patria degli uomini liberi, come ebbe a rammentare Piero Calamandrei in una pagina scritta pochi giorni dopo la caduta del regime fascista (Diario 1939-1945, tomo II, p. 154: “la sensazione che si è provata in questi giorni si può riassumere, senza retorica, in questa frase: si è ritrovata la patria”). E per questo credo non si possa che condividere una delle tesi d’apertura della Guerra civile di Claudio Pavone (libro, non a caso, del ’91), secondo il quale la coscienza civile italiana, quando si misura con il drammatico ciclo di eventi connesso alla fase centrale della seconda guerra mondiale, deve tener conto sia del diffuso senso di catastrofe e sfascio successivo all’armistizio ma anche della riconquista della dignità nazionale calpestata e umiliata dal fascismo. L’esperienza dura e tragica dell’8 settembre va cioè intesa nella sua doppia valenza di fonte di disperazione e di occasione di riscatto per il paese. In questi termini parla (ci parla), ad esempio, “Italia libera”, sul cui numero datato 11 settembre ’43 si legge: “noi ci rifiutiamo di considerare le giornate di settembre come un episodio luttuoso nella storia d’Italia. Nel tormento di una tragedia nazionale senza precedenti noi vediamo il travaglio di un popolo che darà finalmente a se stesso le norme di vita”. E’ la patria – la patria rinata – l’orizzonte simbolico e ideologico di coloro che fanno la scelta della lotta partigiana. Una patria che si colloca oltre e sopra le fragilità dello stato e le velleità dell’idea nazionale. Difendere la patria non significa salvaguardare uno specifico modello istituzionale o disegno politico, ma tutelare i confini, le comunità, le memorie. E riguadagnare considerazione per un paese lacero e bistrattato, lottando con spirito unitario, prevalente rispetto ad approcci localistici o puramente classisti. Le voci ‘PatriÀ e ‘patriottismo’ non figurano, significativamente, nelle due summae della cultura fascista, l’Enciclopedia italiana e il Dizionario di politica. Si può ben dire che esse furono vergate dopo l’otto settembre dai partigiani e da chi li sostenne. Scritte a chiare lettere. Volendo, si possono leggere ancora oggi.

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Un’immagine dell’incontro tenutosi alla Festa dell’Unità tra
i dirigenti dei Ds e i protagonisti della Resistenza

GIULIANO-ALBARANIGiuliano Albarani Presidente Istituto storico di Modena Giuliano Albarani, autore dell’editoriale in prima pagina di questo numero di Resistenza e Antifascismo oggi, è il nuovo Presidente dell’Istituto storico di Modena, eletto nel giugno scorso dal Comitato esecutivo dello stesso Istituto. Succede a Lorenzo Bertucelli, a cui vanno i ringraziamenti dell’Anpi per il lavoro svolto in questi anni di presidenza. Ad Albarani i migliori auguri di buon lavoro da parte della Redazione e dell’Anpi.

 

ROLANDO-BALUGANIRolando Balugani, autore di numerosi studi e libri sulle vicende della Resistenza modenese, nonché componente da tempo della nostra Redazione, è il nuovo direttore di Resistenza e Antifascismo oggi. Subentra al compianto Renato Ognibene.
A lui vanno gli auguri e la stima dell’intera redazione, consapevoli che la sua passione per la Storia e il suo impegno antifascista sapranno coniugarsi con grande costrutto al nuovo impegno.

2017-09-25T00:26:13+00:00